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Perchè una radio, perchè qui,
perchè ora. di Fabrizio
Rompineve
Passano sempre un cinque-dieci
minuti tra il momento in cui ci si mette sotto le coperte e
quello in cui si crolla nel sonno delle otto ore, tra le braccia
della notte e gli oscuri sensi dei sogni. Ora molti credono che
l’evento più importante della notte siano i sogni. Io dico che
la parte più bella sono quei cinque-dieci minuti prima di
addormentarsi. Tra mille domande e pensieri che mi vengono in
mente in quei pochi attimi c’è quasi sempre un sentimento
brutto, brutto nel senso in cui lo intendono i bambini, che mi
provoca qualcosa nello stomaco, una sensazione che va a salire
lungo il corpo. Dovrebbe essere quello che noi chiamiamo “u
frusciu”. Questo fruscio è causato spesso da qualche avvenimento
che mi ha dato fastidio durante la giornata.
A volte però il fruscio è causato
da una percezione di incapacità, perché non riesco ad inserirmi
in determinate iniziative, o a partecipare a qualcosa di utile,
o a portare a termine proposte in cui io stesso credevo. A volte
poi mi passano davanti agli occhi una miriade di situazioni in
cui non ho fatto niente, e sono semplicemente rimasto fermo a
guardare o a sentire, come quando sento di un bar che è esploso,
di una macchina bruciata, di un uomo trovato morto nelle
campagne della zona, di un raccomandato che è diventato qualcuno
di importante, di truffe colossali che investono i cittadini,
quindi lo Stato, e soprattutto di cose che non si possono dire e
non si possono fare, di stupide regole di una società che
accetta e permette in silenzio. Tutti chiudono porte e finestre,
si cambia strada, si passa ad un altro discorso, si evita di far
arrabbiare certa gente e si dice di “Sì”, sempre e a qualsiasi
cosa. Sì, sì, sì, sì e sì.
Io non ce la faccio più a
sopportare tutti questi sì e queste regole e a sentire ogni
giorno che non possiamo fare nulla per cambiare la situazione,
che in pochi non si può determinare un cambiamento e che
dobbiamo rispettare le consuetudini del nostro paese. Io non
ne voglio più sentire di queste scuse, di queste
giustificazioni, di parole dette per far tacere, di chi ci vuole
far diventare capre da portare al pascolo. E, una volta per
tutte, non ne posso più del fruscio.
Ecco il perché di una radio: perché
a chi ci minaccia ogni giorno, anche in modo silenzioso, a chi
ci invita a sederci davanti alla televisione e a guardare
programmi demenziali, a chi ci dice di adeguarci e di prendere
quello che c’è, l’unico modo per rispondere è unirsi. Unirsi per
convincere anche gli altri. Perché oggi noi, “ragazzi non
buoni”, siamo pochi, ma domani dobbiamo essere tanti. Noi, da
molti definiti “ragazzi impegnati” (che ormai sta diventando
sinonimo di sognatori), dobbiamo darci un’identità di gruppo,
senza per questo sacrificare la nostra personalità. Tocca a noi,
e non ad altri, usare le armi che abbiamo a disposizione, e che
non offendono le nostre coscienze, quindi non i pugni e le
minacce, ma le parole, l’informazione, l’inchiesta, la verità,
l’arte e la creatività, la musica, lo sport e il gioco. Sta a
noi coinvolgere le masse giovanili a cui proprio non gliene
frega niente della realtà in cui viviamo, e che sono pronte un
domani ad arrendersi subito di fronte a qualsiasi nemico. Ma noi
no! Noi dobbiamo ribellarci e opporre resistenza, proporre nuovi
valori e riprenderne anche di vecchi. Noi dobbiamo distruggere
la mentalità siciliana del menefreghismo assoluto. Insieme al
collettivo ci siamo chiesti in che modo poter agire: dopo mille
tentativi siamo arrivati all’idea della radio, mezzo di
comunicazione che può raggiungere e appassionare la nostra
generazione. Ci siamo chiesti che genere di radio debba essere,
se fatta di opinioni o di informazioni, e siamo giunti ad una
conclusione: entrambe le cose servono, ma senza informazione e
impegno l’opinione è solo vanità.
Ci hanno detto: perché ora? Ma, se
non ora, quando? Quando usciremo allo scoperto? Quando saremo
pronti a farci sentire, se non lo siamo adesso, che viviamo
giorni relativamente spensierati. Ci hanno chiesto: perché qui?
Qui, in Sicilia, a Giarre, perché è il paese di provincia il
luogo in cui più si tace e si lascia passare, perché è qui, e
non nelle grandi città (dove pure sussistono centinaia di altri
problemi) che tutto sembra non poter, e non voler, cambiare mai.
Qui lo Stato è più assente e distante. E poi perché noi viviamo
qui, e non in un altro posto, ed è qui che vogliamo agire, non
in altri posti (almeno per ora).
Ecco perché la radio deve essere
qui e adesso. Ecco perché la radio si deve realizzare. Ecco
perché noi dobbiamo unirci e associarci, e divertirci insieme, e
dire, una volta tanto, “NO!”. |
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